(romanzo)
In un futuro distopico, ma molto prossimo, l’umanità si sveglia e sono finiti i combustibili. Questo significa niente elettricità, niente macchine e niente comodità.
In quello che l’autore chiama “L’inverno della morte bianca e nera”, gli uomini prima si disperano e poi lentamente trovano la forza di sopravvivere. La maggior parte della popolazione mondiale non riesce ad adattarsi e muore, mentre chi resiste può sperare di vivere ancora.
Tutto il libro è una descrizione di come le persone sopravvissute tentano di sopravvivere procurandosi luce, calore, cibo senza l’ausilio dei motori, arrivando al cannibalismo per sfamarsi e a bruciare le statue dei santi per scaldarsi. Si nota una forte critica nei confronti degli abitanti delle città che si trovano privi di strumenti per far fronte al freddo e alla fame, mentre gli abitanti di montagna vanno in loro soccorso, insegnando le antiche usanze di far tutto con le mani e sfruttare ciò che la natura offre. Da un inverno di morte, si passa a una primavera di rinascita, un’estate di prosperità e un autunno che promette il ritorno delle dinamiche di potere tipiche del mondo prima della catastrofe.
La critica è comprensibile, ma è espressa con un’estrema ferocia, alle volte immotivata, specchio della provenienza montanara dell’autore.
Non esistono personaggi, ma solo uomini di città e uomini di pianura o montagna, i primi frivoli e inetti, i secondi saggi e intraprendenti.
Una nota di colore è data da alcuni aneddoti che si svolgono nel paese di “Ripido”, che è la traduzione letterale dal dialetto di “Erto”, paese da cui l’autore proviene.
Descrizioni molto crude, violente e selvatiche che riuscirebbero nell’intento di sensibilizzare sul tema del cambiamento climatico, se non fosse per questa divisione in buoni (abitanti di pianure e montagne) e cattivi (abitanti delle città).